Sfumature

11 ottobre, 2010

Una sala d’attesa, aspettando il mio turno che sembra non arrivare mai. La noia di articoli datati su come curare le piante da balcone in inverno.

Eccola, la mia agenda, sul fondo di una borsa che farebbe invidia a Mary Poppins. Pagine piene di vita. La lista della spesa durante la mia permanenza a Bruxelles, le domande da porre a qualcuno quando mi improvviso giornalista per caso, appuntamenti e indirizzi, l’itinerario dei giorni trascorsi a Parigi. E lì, tra due virgole una frase. Mi sembra quasi di sentirle pronunciare di nuovo. E di guardare per un attimo, ancora, negli occhi la mia compagna di viaggio, condividendo un brivido.

 

“Vous ne vous êtes pas perdues, vous vous êtes seulement trompées…”

 

ci disse quella signora pacioccona intenta alle pulizie alla stazione della metro, mentre cercavamo disperatamente e con pochi risultati di raggiungere l’imponente reggia di Versailles. Quella non fu solo una frase detta a due turiste smarrite. No, non per noi. Per quello che stavamo vivendo io e la “piccola” quelle parole suonavano come la calda e rassicurante carezza di una sconosciuta, improvvisamente amica, a darci la forza che sapevamo di avere ma che forse faticavamo ad usare.

 

Sul treno, quello giusto finalmente,  la voglia di fissare quell’attimo sull’agenda che porto dietro ad ogni passo.

 

16/04/2010

Stazione Champs de Mars-Tour Eiffel

“Non vi siete perse, vi siete solo sbagliate…”

Sulla follia

5 ottobre, 2010

Dopo un racconto sentito per caso, riflettevo su quanta verità possa nascondersi dietro un’apparente manifesta follia.

Un figlio “pazzo” piuttosto che piangere la morte del padre, avvicinandosi al corpo dell’uomo ormai privo di qualsiasi segno di vita, gli urla contro. “E ora muori di fame, muori, muori di fame”.  Ma con chi ce l’hai? Si può sapere? Ce l’hai con papà?. “Ce l’ho con quella cosa che l’ha ucciso. Muori, muori di fame”.

Non ci sono lacrime sul suo viso. Ma fredda attesa per la vendetta contro quel tumore che gli ha portato via il papà. Adesso morirai di fame. Dopo averlo ammazzato, mangiandogli la vita da dentro, lentamente ma senza lasciare speranza, tocca a te morire. E morire di fame.

Quanta lucidità nelle deliranti parole di un folle…

A passo di valzer

24 maggio, 2010

Ci sono rari e preziosi momenti in cui si riesce, all’improvviso,  a farsi vuoto fuori e dentro. Succede di solito per puro caso. Magari sei in macchina che guidi per tornare a casa e passano quella canzone che riesce a fare la magia. Oppure leggi un libro godendoti il primo sole di primavera ed ecco l’incantesimo. Tutto d’un tratto sola. Fuori e dentro. Spazio illimitato ad un’emozione che sembra travolgerti e portarti con sè chissà dove e chissà per quanto tempo.

E ieri sera è stato esattamente così…La voce di Giuseppe Scuderi che legge, con la delicatezza e l’attenzione che si riserva ad un figlio, il suo racconto “Valzer per un amore”. La musica di De Andrè, così potente, quasi violenta. Ed è subito vuoto, riempito da una valanga di sensazioni. Lacrime soffocate.

“Ci siamo proprio tutti dentro quel racconto”, ci siamo detti tra noi, sentendo quel vuoto riempirsi di nuovo dei rumori della città.

Sì, ci siamo proprio tutti lì dentro…

Mancanze

12 aprile, 2010

Difficile ammettere la tristezza, per me che da giorni fingo di non vedere l’ora di finire! Difficile accettare il fatto che mi mancherà l’esperienza che ho (faticosamente!) vissuto per sei mesi. Difficile rendermi conto che mi mancherà qualcosa da domani…
Mi mancheranno le risate e le lacrime, gli occhi gonfi di sonno alle 5 del mattino, i caffè, i passeggeri molesti, la divisa, le interminabili ore di varco, il badge con una foto con i capelli lunghi che non mi rappresenta quasi più, il mio succhino acido, le procedure, le urla (Max e Isa, riceverete presto la fattura del mio otorino!), Tom e Gerry, la luce desk, le telefonate ad Alba Informatica, il foglio turni che sembra un campo di battaglia, Outlook, i fotomontaggi, le manine che cercano di sfondare “la doccia”, le riviste piene di ricette, lo sgabuzzino/salada pranzo/spogliatoio/sala trucco/dispensa/guardaroba, i mille e un post-it attaccati al desk, i cazziatoni, gli accrediti, la penna “only sala vip sac”, le festività a mangiare insalata, gli abbracci e i sorrisi sinceri…

Sentirò la vostra mancanza, insomma…
Grazie per questi mesi trascorsi insieme e buon proseguimento a chi rimane!

Assurdità

1 aprile, 2010

E’ da giorni che penso. E’ da giorni che penso alla questione dell’eliminazione del celibato per il clero. E’ da giorni che penso alla questione dell’eliminazione del celibato per il clero per combattere la piaga della pedofilia. E’ da giorni che penso alla questione dell’eliminazione del celibato per il clero per combattere la piaga della pedofilia e mi viene la nausea.

Sono sempre stata fautrice del pensiero che negare la posibilità di sposarsi o di vivere la propria sfera affettiva non renda un prete (o una suora) migliore di quanto potrebbe esserlo con moglie (o marito) e figli. L’ho sempre vista come una rinuncia insopportabile, come una negazione della natura stessa dell’essere umano che è un insieme straordinariamente complesso di anima, corpo, desideri, idee, spiritualità e pulsioni.

Ma quale dovrebbe essere il legame logico tra il celibato e la trasformazione di quanto di più puro ed intoccabile esista in natura, in un oggetto di orrendo piacere? Io davvero non ci arrivo, vi prego, spiegatemi. E spiegatemi anche come è possibile che gli uomini non si sentano offesi dall’essere paragonati, in questo modo, a delle bestie! Un simile discorso mi fa credere che il ragionamento sia: “Facciamo in modo che si possano accoppiare con delle donne, magari così lasceranno in pace i bambini”.

Lo trovo tristemente fuori luogo ed onestamente vergognoso.

Manifestare

4 marzo, 2010

A me viene proprio da ridere. Certo che è un paese strano il nostro! Ci lamentiamo tutti del fatto che non abbiamo lavoro nonostante la nostra laurea appesa al muro ormai da anni, che non possiamo sposarci perchè quando scade il contratto chissà se lo rinnoveranno, che le uniche offerte di lavoro che intasano le nostre caselle e-mail sono in realtà dei tirocini non pagati, che esce un concorso ogni due anni per tre posti in tutta Italia, che probabilmente non riusciremo mai a goderci la sacrosanta festa di pensionamento organizzata dai colleghi di lavoro. Ci lamentiamo, ma non agiamo. Ed io purtroppo non faccio la differenza, seduta davanti ad un bicchiere di Nero d’Avola a parlare con gli amici di sempre di quanto male si sta a sentirsi eterni bamboccioni. In realtà è proprio per tutte queste cose e per tante altre che nel nostro Bel Paese non vanno che dovremmo manifestare dissenso a gran voce. E invece cosa sono costretta a vedere all’apertura dei Tg? Ragazzi della mia età (non troppi per fortuna!), che sicuamente avranno i miei stessi problemi, che urlano a squarciagola “voglio votare a Roma“. Mi manda al manicomio. Ma di cosa stiamo parlando? Di aria…

P.S. Visto che le scadenze non sono poi così importanti, io vorrei partecipare ad un bando di concorso che è scaduto da soli due giorni…Mi sono proprio dimenticata di inoltrare la candidatura in tempo. Che faccio, ci provo con il Tar, sentiamo se può fare qualcosa?

C’ero anche io

5 febbraio, 2010

E’ da un po’ di tempo che mi basta un nulla per piangere o per ridere. Un’immagine, una canzone, un pensiero passeggero. Poco fa, tristemente a lavoro come in molti giorni di festa ultimamente, mi sono ritrovata a sorridere senza una ragione apparente. Immersa nel solito via vai di gente che parte e che arriva, è bastato girarmi un attimo, vedere in lontananza i fuochi per la festa di Sant’Agata, per ritrovarmi a sorridere serena. Così, immotivatamente. In un attimo mi sono rivista esattamente 365 giorni fa davanti al mio fedele computer, in compagnia della mia amica di avventure romane, a cercare di spiegarle gli strani riti legati alla festa. Piangendo di nostalgia per la mia caotica e meravigliosa città vestita a festa per l’occasione.

Oggi, invece, a pochi chilometri di distanza dal cuore dei festeggiamenti, mi è parso quasi di sentire le voci dei catanesi, di ascoltarne le urla, di appartenere a quelle voci e a quelle urla anche se di nuovo da “lontano”. All’improvviso, tutte le persone attorno a me, con le loro grandi e piccole valige colorate, sono scomparse. E ho sorriso. Quei fuochi sembravano illuminare il cielo di Catania solo per me. E questa volta ho avuto quasi la sensazione di essere vicino alle persone che conosco e che di sicuro saranno state lì. Stasera c’ero anche io sotto le stesse luci colorate e rumorose…anche se solo con un pensiero.

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