Egli era

9 maggio, 2008

Quando a scuola leggevo i testi di autori e poeti vissuti centinaia di anni fa, a volte dimenticavo che quelle parole erano state scritte da persone in carne ed ossa. E’ difficile da spiegare. Mi sembrava spesso come se quelle frasi non fossero collegate alla fisicità corporea dell’autore. Insomma, leggendo la Divina Commedia, dovevo sforzarmi parecchio per immaginare che Dante si era fisicamente seduto a scrivere o a pensare alle parole giuste. Quando invece leggo dei testi scritti da persone vissute di recente, riesco perfettamente a visualizzare i gesti dell’autore, a intravedere le parole che leggo come scritte sulla loro pelle, in qualche caso riesco anche ad immaginarle raccontate dalla voce dell’autore stesso. Oggi, 9 maggio, ricordando l’anniversario della morte di Peppino Impastato (insieme a quello del ritrovamento del corpo di Aldo Moro), questa sensazione mi è ritornata alla mente. D’improvviso, mi sono ricordata di una sua poesia che avevo scritto su un mio diario quando ero al liceo.

Fiore di campo nasce/dal grembo della terra nera,/fiore di campo cresce/odoroso di fresca rugiada/fiore di campo muore/sciogliendo sulla terra/gli umori segreti.

Ricordo perfettamente che queste parole mi avevano colpito per la loro possente e tragica fisicità. In fondo, cosa c’è di più naturale e viscerale di una vita che nasce, che cresce e che muore. A noi esseri umani è concesso sapere dove si nasce, possiamo decidere dove crescere, ma non ci è dato sapere dove, quando e come morire. Non resta quindi che sperare che ciò che facciamo, diciamo, pensiamo, possa tutto sommato servire a qualcuno o a qualcosa anche quando si parlerà di noi con un verbo al passato.